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		<title><![CDATA[Cibelli + Guadagno Architetti]]></title>
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		<description><![CDATA[...pensieri in libertà]]></description>
		<language>IT</language>
		<lastBuildDate>Thu, 29 Jan 2009 20:04:35 +0100</lastBuildDate>
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			<title><![CDATA[Stufi degli "storici di paese" e dei luoghi comuni sull'architettura, la storia e la tradizione]]></title>
			<author><![CDATA[Stefano Cibelli e Piero Guadagno]]></author>
			<category domain="http://www.cibellieguadagno.it/blog/index.php?category=Centro_Storico"><![CDATA[Centro Storico]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_sy8abcde"><p style="text-align: left;"><span class="ff0 fs20"><br /><br />L’articolo a firma dell’ins. Giovanni Rubino, pubblicato a pagina 8 nel n.1 di gennaio 2009 di Preappennino Oggi, dal titolo “La Chiesa di San Basilio Magno – C’era una volta … il sagrato della Chiesa, ora trasformato in posteggio per le macchine. Perché è stato eliminato? Dove è finito?”, ancora una volta ci costringe a replicare per ricondurre la questione in oggetto sui giusti binari.<br /><br />Ci spiace molto notare che a causa della nostra “giovanile età” (che tale non è più, visti i 40 e oltre, ed i quasi 15 anni di attività di studio, gran parte spesi nel campo dei beni culturali), le nostre tesi, pubblicate nel n.3 di febbraio del 2008, siano considerate dall’ins. Rubino, di cui ammiriamo da sempre l’impegno e la ricerca storica, &nbsp;come “asserzioni apodittiche buttate giù con sicumera”, “senza un pizzico di umiltà”, “senza tener conto della tradizione e della storia”…Anche se posto in termini “lusinghieri”, sappiamo riconoscere un tentativo di delegittimazione in quel...Sono ragazzi!.<br /><br />Cominciamo col dire che è pretestuoso e riduttivo relegare l’attività architettonica ad una semplice questione artistica o di gusto. Questo fa parte di un gap culturale e storico, di un pregiudizio che attraversa trasversalmente la società italiana e che dal dopo guerra, di fatto, ha impedito alla cultura architettonica millenaria di questo Paese di progredire negli sviluppi contemporanei alla pari delle altre culture europee e non. &nbsp;L’attività progettuale architettonica è scrupolosa ricerca scientifica e analisi critica dei contesti e non mero esercizio di gusto, &nbsp;semplice “espressione di pareri di carattere artistico”.<br /><br />E proprio l’approccio critico costituisce uno degli elementi fondanti di questa attività. I processi di stratificazione storica che riguardano le strutture urbane e gli edifici sono soggetti continuamente a questa azione di valutazione. Il punto dunque non è tanto se il marciapiede esistesse o meno da 30, 50 o 100 anni, ma la valutazione critica che se ne dà in quanto elemento architettonico ed elemento storico della stratificazione di quell’area. Per chiarire, prendiamo ad esempio l’opera di restauro di Franco Schettini che nel 1959, di fronte alle decorazioni interne della Cattedrale, fece le sue valutazioni critiche e decise di eliminare completamente gli ornamenti barocchi e di epoche successive del tempio, per restituirlo nei modi che oggi tanto apprezziamo. Attenzione, parliamo di opere artistiche evidenti, stucchi, cornici, dipinti, raffigurazioni ben identificate, storicamente stratificate, di cui si conoscevano anche gli autori. Ma evidentemente nella valutazione fatta &nbsp;dall’architetto Schettini, il fatto che quelle decorazioni fossero li da secoli e che il popolo ormai le riconoscesse come corpo unico del tempio, non ha impedito di affrontare criticamente il problema progettuale e di fare una scelta radicale (forse troppo?) che oggi ci fa apprezzare il Duomo in tutto il suo splendore, nella sua unità potenziale.<br /><br />Dunque non è il fatto di esistere da più o meno tempo che legittima il valore dei processi di stratificazione, piuttosto è la loro valutazione critica che se ne da in un contesto storico, artistico e sociale.<br /><br />Ancor più la lettura delle pietre che costituiscono il basamento della chiesa di San Basilio, l’evidente segno lasciato dal marciapiede in conci di lava addossato su un paramento facciavista, stabilisce inequivocabilmente che il marciapiede che l’ins. Rubino considerava sagrato non è coevo dell’edificio sacro e rappresenta un corpo aggiunto (se negli anni ’50 o nel 1935 non cambia nulla). L’unica zona non trattata con conci lapidei faccia vista è quella immediatamente sottostante il gradino principale della chiesa (foto 1) (ora ingombrata dai gradini provvisori in ferro), che ci racconta che una volta li esistevano dei semplici gradini per colmare il dislivello con la piazza antistante, proprio con un “ingresso simile a quello di un’abitazione qualsiasi”. Gradini che poi vennero eliminati durante i lavori di pavimentazione con basolato vulcanico. &nbsp;Solo la corretta lettura del contesto urbano in cui San Basilio è inserita, &nbsp;un fitto dedalo di strette stradine che convergono a pettine sugli assi stradali principali, &nbsp;permette di comprendere una spazialità urbana che d’improvviso si apre a delimitare “uno spazio antistante ad una chiesa” ed individua da sola l’area di rispetto del luogo sacro (sagrato).<br /><br />Fare i conti poi con l’inciviltà di chi lascia l’auto a ridosso del luogo sacro, nonostante il divieto di parcheggio, perché così è più comodo scivolare dal sedile dell’auto alla sedia del tavolo, è altro affare che coinvolge ulteriori aspetti della vita sociale e dell’educazione civica della nostra comunità.<br /><br />Ci stupisce come tanta sensibilità storico artistica non si sia mai soffermata sull’opera oggi costantemente perpetrata di distruzione/alterazione di alcune forme tipologiche residenziali del Centro Storico di Troia, che passano per ristrutturazioni o peggio “restauri”; o sul continuo scorticamento delle murature a sacco che propongono una improbabile cortina facciavista completamente avulsa dalla tecnica, dalla cultura e dalla tradizione locale.<br /><br />Per quanto attiene gli innegabili disagi subiti dai residenti per la incompiutezza dei lavori bisognerebbe aprire una discussione più ampia sulle normative che regolano i lavori pubblici e che permettono l’aggiudicazione di lavori tanto delicati con il metodo del massimo ribasso d’asta. Il risultato è sotto gli occhi di tutti, lavori incompiuti, anticipato scioglimento del contratto, burocrazia e riaffidamento dei lavori ad altra ditta che, speriamo a breve, comincerà i lavori di completamento. <br /><br /><br /><br /><a href="http://4.bp.blogspot.com/_F87dDamXe2E/SYH8znl-zOI/AAAAAAAAANI/ezAAJ1UBPZg/s1600-h/articolo.jpg" class="imCssLink">http://4.bp.blogspot.com/_F87dDamXe2E/SYH8znl-zOI/AAAAAAAAANI/ezAAJ1UBPZg/s1600-h/articolo.jpg</a><br /></span><span class="ff0 fs20"><br /></span></p></div>]]></description>
			<pubDate>Thu, 29 Jan 2009 19:04:35 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Sulla libertà intellettuale]]></title>
			<author><![CDATA[Stefano Cibelli]]></author>
			<category domain="http://www.cibellieguadagno.it/blog/index.php?category=Cattivi_Pensieri"><![CDATA[Cattivi Pensieri]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_bf7abcde"><p style="text-align: left;"><span class="ff0 fs20">Noi non siamo liberi...si intendo che per qualche ragione ti ritrovi fagogitato dal &quot;sistema&quot; e allora quello che pensi, quello in cui credi, quello per cui ti batti, quello per cui hai sacrificato anni della tua vita, la vita stessa, tutto è sotto una costante azione che genera disagio, il disagio che prova chi non è libero. O meglio chi crede di essere libero ma in realtà non lo è...DISAGIO. Elaborare un'idea potenzialmente valida, darsi un rigore professionale, deontologico...cercare di essere onesti e coerenti nella vita e nel lavoro, prima con se stessi, non è sufficiente per poter affermare di essere intellettualmente liberi. Per una qualche ragione il &quot;sistema&quot; ritarda sempre di più la conquista della libertà intellettuale e si serve di mezzi avvilenti e subdoli:<br />l'assessoruccio che a stento si è diplomato (nel migliore dei casi), il collega ingegnere che non ha altro Dio all'infuori del computo metrico, il neoimprenditoredile che annega nella sua arrogante ingnoranza fatta di volumetrie, il geometra che si diletta di dolce stil novo...perchè è il centro storico che lo richiede, la gente comune che entra nel tuo studio e, annichilita in un incosciente colpevole oblio (la stessa che mille anni fa costruiva cattedrali!), ti chiede dove mettere la greca nel bagno, il politico influente che veste come il Robert De Niro di un qualsiasi spaghetti - mafia e spende la parolina per te, chi potrebbe aiutarti ma non capisci come mai non lo faccia... i tuoi che sono ancora convinti che per costruire una casetta in campagna ci sia sempre bisogno di un ingegnere, chi non si è mai laureato e si fa chiamare architetto, chi si lamenta perchè la dicitura &quot;junior&quot; è troppo evidente sul timbro professionale (ma che cazzo dici!), chi ti da del &quot;dirigente di partito&quot; (A CHI??? A ME???) solo quando serve la tua faccia, chi quando credi di avare trovato un'eccezione, ti fa capire che sei sul filo del vaffa, il tecnico tifoso che non capisce che per vincere le partite non basta, devi giocarle...<br />E chi ha voglia, continui quest'elenco...purchè abbia almeno una certezza: di non essere intellettualmente libero.<br /><br /></span><span class="ff0 fs20"><br /></span></p></div>]]></description>
			<pubDate>Thu, 02 Nov 2006 21:53:54 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[A volte ritornano]]></title>
			<author><![CDATA[Stefano Cibelli ]]></author>
			<category domain="http://www.cibellieguadagno.it/blog/index.php?category=Centro_Storico"><![CDATA[Centro Storico]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_tb4abcde"><p style="text-align: left;"><span class="ff0 fs20"> <br /><br />Stamane mi accingevo alla mia prima veloce lettura della Gazzetta del Mezzogiorno, e come di solito avviene, sono andato prima sulle pagine della cronaca locale “Lucera &amp; Preappenino”. Inevitabilmente la mia attenzione è stata catturata dall’articolo sull’arredo urbano nel centro storico di Lucera “Via il totem dal centro”. Inizio a dare una prima scorsa dell’articolo, ma, man mano che proseguivo, ero costretto, incredulo, a rileggere i passaggi appena letti: (riferendosi ai totem) “[…] francamente, più adatti ad un paesaggio industriale, con il loro aspetto grigio e la loro struttura in ferro battuto, che non al centro storico più bello della Capitanata.” [… ]Un autentico restyling attende, quindi, i totem. Obiettivo: renderli più idonei al palcoscenico, il centro storico, dove sono stati collocati.” E ancora: […] Dubbi sui totem, come spiega l’assessore, erano stati sollevati anche dall’ufficio tecnico comunale, che aveva suggerito un intervento con pietra cesellata per dare ai totem il necessario tocco di antico, in linea con il centro storico.La prima cosa che ho fatto d’istinto è leggere la data del quotidiano.<br />Per un momento ho creduto di essere stato catapultato in un'altra epoca, o magari più semplicemente, di stare sognando; un brutto incubo di quelli che ti sembrano veri: 12 gennaio 2005. Resto per un attimo immobile su quella data, e in quell’attimo, la mia memoria corre indietro nel tempo, al lontano 1927, quando la Commissione di Ornato della città di Como, apre un’inchiesta per stabilire se “la casa costituisca elemento di deturpazione della zona, ed eventualmente se e di quali modificazioni sia suscettibile per meglio armonizzarsi con l’ambiente che la circonda”. La casa in questione era il Novocomum, di Giuseppe Terragni, edificio per abitazioni, uno dei massimi capolavori dell’architettura moderna e di sempre. Inizialmente il paragone mi è sembrato irriverente, ma poi ho capito che i due avvenimenti erano intimamente legati, l’ultimo eco del primo. Come un rigurgito ideologico, stava riaffiorando (o forse non ci ha più abbandonati) quella mentalità retorica, storico-celebrativa, che avrebbe annichilito la produzione artistico-architettonica moderna italiana dei primi decenni del secolo, a cui Terragni, per sua fortuna e nostra sventura, non assistette se non in parte, per la sua prematura scomparsa all’età di 39 anni. Fortunatamente di quella commissione del ’27 non se ne fece nulla, Terragni vinse, ma a quasi ottanta anni di distanza pare che la storia del nostro recente passato e le esperienze del nostro presente non ci abbiano insegnato e non ci insegnino nulla. Il nostro paese sconta un gap culturale enorme nei confronti del resto del mondo occidentale.<br />L’Italia ha smesso di produrre significativamente cultura in campo artistico-architettonico da oltre 200 anni. L’unica corrente culturale, di un certo rilievo, (Il Futurismo), che ancora oggi trova riscontro in tutto il mondo ma non Italia, ovviamente, dove nacque, ha quasi cent’anni. Fatta eccezione per qualche movimento intorno agli anni ’80, noi assistiamo ad un grande paradosso: quello che ci ha reso grandi, secoli di arte e cultura che hanno ispirato il mondo intero, ci sta distruggendo. Non siamo piu’ in grado ne di gestire l’enorme patrimonio storico-artistico-culturale, ne di farlo rivivere attraverso la sua attualizzazione, siamo anzi immobilizzati dal peso di quella eredità culturale, e da un malinteso senso dell’antico e del classico, che ci è rimasto come vago e svuotato ricordo di forme prive ormai di ogni significato e di ogni legame con la nostra cultura contemporanea.<br />Mentre in tutto il mondo, si è metabolizzato il concetto di classicità, in Europa come in America (di riflesso naturalmente), e a Parigi negli anni ’90, davanti al Louvre si dava vita ad una delle più significative operazioni culturali dello scorso secolo, con la piramide di acciaio e cristallo di Pei, mirabile segno di stratificazione storica e di vitalità culturale in perfetta continuità con l’eredità storica; in Italia implodiamo, come una stella al termine del suo ciclo vitale, nei nostri ridicoli e patetici tentativi di “dare il necessario tocco di antico, in linea con il centro storico”. Ed è così che si va avanti, attraverso allucinanti paradossi. Ci scandalizziamo dell’ “aspetto grigio e la loro struttura in ferro battuto” ma non facciamo caso agli osceni pali dell’illuminazione pubblica, di identica fattura, ma che la loro forma vagamente “classica” rende accettabili, appagando il nostro malinteso senso del “antico”. Evochiamo i segni della storia, che attraverso i secoli, stratificandosi e affiancandosi ognuno nella propria identità, hanno fatto grandi i nostri centri storici (dai Romani a Federico II fino al 700), ma nel contempo ostacoliamo questo mirabile processo di stratificazione-rinnovamento, impedendo alla nostra cultura contemporanea di confrontarsi con la sua eredità, facendola rivivere attraverso il suo rinnovamento; preferiamo ghettizzarla ai margini della città e di fatto, la uccidiamo.<br />Vi siete mai chiesti se i mirabili esecutori del settecentesco Palazzo Vescovile, si siano mai ispirati alle forme e agli spazi romanici della Cattedrale che avevano di fronte, o piuttosto avessero semplicemente espresso la cultura contemporanea del proprio tempo, distante anni luce da quella che aveva ispirato i maestri dell’opera del duomo, dando vita ad un capolavoro così mirabilmente “adatto” pur nella sua dissonanza con l’intorno preesistente. Siamo vicini ad un punto di non ritorno: se non riusciamo ad accettare un oggetto di arredo urbano vagamente “moderno” come possiamo pensare di tornare a stratificare nei nostri centri storici e non? Mentre nel resto del mondo occidentale, altrettanto ricco di storia e cultura, come in Francia, Austria, Spagna, Germania, si va già oltre il concetto di integrazione tra classico e contemporaneo, con le architetture del non-luogo, noi restiamo irretiti nei nostri micragnosi tentativi di “dare il necessario tocco di antico, in linea con il centro storico” palesando tutto il nostro provincialismo culturale. Come possiamo essere nel contempo tanto “acuti” osservatori e paladini dei nostri centri storici, e tanto miopi da non accorgersi che se ne sta distruggendo e mistificando l’immagine, ad esempio, attraverso l’opera sistematica di decorticazione delle murature a sacco, o con il proliferare di balconate selvagge, sempre per quel malinteso senso dell’antico, o peggio, del ripristino capotico?<br />Se “adeguare al centro storico” equivale a “mimetizzare”, “mistificare”, non produce nessuna autenticità, anzi si prende in giro la nostra stessa tradizione.<br /><br />Gennaio 2005<br /><br /><a href="http://www.ilcentrolucera.it/giornale.asp?id=338" class="imCssLink">http://www.ilcentrolucera.it/giornale.asp?id=338</a></span><span class="ff0 fs20"><br /></span></p></div>]]></description>
			<pubDate>Thu, 06 Jan 2005 21:48:24 GMT</pubDate>
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